Archives For Articoli

Joker

17 novembre 2019

Joker

Joker è fragile, lo è fin dal primo momento, dalla prima scena. Che venga maltrattato, abusato, lasciato ai margini di una società che gli riserva appena una fessura d’esistenza, sottile, priva di aria, che provi disperatamente ad essere visto e amato o che arrivi ad uccidere, Joker resta fragile, fin dentro il midollo. Fragile e confuso. Come confusi tutti i personaggi, dal sindaco al presentatore televisivo, entrambi edulcorati da sé stessi, onnipervadenti. Confusi i tre ragazzi della metropolitana, con le loro vite inquadrate che chiedono spiragli di disobbedienza, che la chiedono attraverso l’alcol o la musica per aver perduto la facoltà critica di partecipare, non solo alla vita altrui ma alla propria stessa vita, volti che conosciamo, che osserviamo tutti i giorni, cuori stretti in sé stessi che incontriamo ad ogni angolo di strada e ci fanno arrabbiare, quando come Joker vorremo solo un po’ di umanità, e ci disperano quando ci sentiamo di somigliare loro.

Confusa la madre, e fragile, senza scampo.

C’è solo un momento di chiarezza nel film, quando Joker incontra Sophie e da laggiù, da quel luogo lontanissimo in cui si trova, intravede del calore e lo raccoglie, ed è una cosa enorme per lui, lo spettatore si sente in paradiso. E c’è solo un momento di forza nel film, in cui lo stomaco si dilata finalmente, anzi due: quando Joaquin, meraviglioso, si occupa della madre e sceglie per un breve istante di essere adulto e la nutre e la rassicura, facendo appello a quella saggezza che anche nel venire continuamente scalzato a margine perdura, incrollabile. E poi quando uccide, liberando sé stesso da una vita dove “non ha mai conosciuto un solo momento di felicità”. E uccide perché fa tardivamente quello che doveva essere fatto prima, e non trova altra via, altro equilibrio: non ha un lavoro che lo aspetta, nessun posto tra i suoi simili, persino tra i bambini trasuda tristezza e ti assale quel pudore che solo lo sguardo di un bambino provoca, perché ti vede intero e sa. Per questo Joker va dai bambini, per sapersi. Per la stessa ragione apre una lettera che non doveva essere letta, la miccia della sua esplosione.

Allora prende l’unica sua certezza, la madre, e la spinge a quel commiato che doveva essere già avvenuto, tanto tempo prima. E lo spettatore sa che la mestizia che l’assale non viene dalla follia di Joker, ma dalle relazioni asfittiche, carenti che osserva tra i protagonisti, dove nessuno entra veramente in relazione con nessuno. Così Joker prende un suo treno interiore dal quale non può salutare la madre affacciato ad un finestrino, sorridente. No, le toglie in un pugno di secondi tutta l’aria che si era fatto togliere da lei per una vita intera.

In quel momento, di fronte alla disgrazia in cui si incontrano più vite, tutte sbilenche, nessuna benedetta, non puoi davvero non sentire la miseria del genitore unirsi a quella del figlio, quella delle vittime che si incontrano tra loro, dove nessuno è colpevole se non quell’ingranaggio umano, solo umano, che ci trascina verso un’assenza cronica, una lontananza senza ritorno.

Non riesci a giudicare nessuno, in Joker, provi rabbia, poi respiri, ma non giudichi. Non l’atto del figlio, non l’omissione della madre, non l’arroganza di De Niro né l’ottusa stupidità del mondo benestante. Di scena in scena tu soffri ma sorridi, perché Joker precipitando non libera solo sé stesso, libera la madre da un dramma che solo una civiltà alla deriva può chiamare vita. E libera i giovani dalla morsa di una vita corsa su binari d’altri, libera le folle dalla loro passività durata millenni, libera tutti scivolando lontano, più lontano di sempre, irraggiungibile.

 

Per questo provi una sorta di leggerezza solo di fronte alla morte, nel veder morire quelle che sembrano vittime di Joker, ma non sono sue, sono vittime di un’identica follia, di una cultura che rifiuta la malattia di Arthur, della madre, la “malattia” di tutti gli altri personaggi, tutti afflitti della stessa cecità e dalla sofferenza che ne viene condensata, senza scampo. Di fronte a questo esito fatale lo spettatore prova la sospensione tragica del baratro. Spera che possa porre fine alla follia endemica che genera un solo grande desiderio, quello di essere ascoltati, cosa che non avviene mai, nel film, da parte di nessuno. Neanche Joker ascolta sé stesso se non nel suo “risveglio”, ma è tardi: improvvisamente si illumina della sua stessa ingenuità, quando la vede. E vedendola non se la perdona, non riesce.

 

In una cultura che rifiuta la purezza, che la nega, Phillips la nobilita e le offre dignità, anzi le dà in sposa la morte che, con la sua violenza, rappresenta l’unico evento del film che rimette a posto gli squilibri di anime frammentate, prive di orizzonti. Di tutti allora non vediamo – e ci resta dentro – che la miseria, perfettamente speculare e identica in peso e consistenza a quella di chi cerca solo un abbraccio, il fragile Joker, e lo cerca male, invano come i giovani della metropolitana, come il sindaco e il presentatore inebriati di sé, come la madre nel suo sogno – tutti lo cercano insieme e separatamente, disperatamente dove non c’è, non ci potrà mai essere.

Grazie Joaquin, grazie Phillips per averci mostrato questa deriva umana, per svegliarci a dove non vorremmo mai arrivare.

Oltre

2 settembre 2019

Margot 2

Margot Errante

Non ho mai conosciuto Margot, so qualcosa della sua vita, l’ho letta avidamente. Ma ciò che leggi dice poco talvolta, dice di più se non narra i fatti ma quei vuoti tra un evento e il successivo, dove si annida l’anima.

 

Come rivela un’immagine, una foto.

 

Mi avvicino affascinato dalle prime foto, dalla provocazione che racchiudono, dalle parole che le chiosano. Sono turbato, mi portano dentro, vengo letteralmente gettato nei recessi più bui delle mie paure: ciò che apre è al contempo ciò che delimita, la vastità è respiro immenso fino al confine asfittico del nulla.

 

Di tutte le foto a Margot gliene ho chiesta una, da pubblicare qui, per noi. Chi è viandante dello Spirito sa subito dove mi ha portato: nessuna gratificazione per chi osa, la ricompensa è l’osare in sé stesso, si apre un deserto di pietre là dove attendevi acqua, frescura. Quando arrivi su quel margine di mondo civilizzato e quindi comodo – che chiedi comodo – hai solo due possibilità, assuefarti e vedere ciò che speri, o aprire gli occhi e scorgere un barlume del vero. Non il vero maiuscolo, valido per tutti, no. Piuttosto il tuo vero personale, ossia il tuo passo, il minuscolo passo oltre.

 

La trance collettiva ne viene divelta, dicono in un istante. Sei nel deserto, non inizia il “bene” ma l’autentico te stesso. Di ciò che credevi bello e facile resta poco, ma la bellezza non manca, arriva rapida come un ceffone, ti risveglia. Non ti forzerai a pensare positivamente, non baratterai quel deserto per immagini edulcorate.

Sai solo che procederai, sotto il cielo, inarrestabile.

 

Ovvio, è l’acqua che cerchi infine, non ci si tuffa sulle pietre aguzze. Solo che non la cerchi dove ti hanno detto di guardare, la trovi dove non guarderesti mai: si è raccolta altrove, in quello spiraglio d’oltre.

Vuoto a Rendere

25 giugno 2019

Vuoto a rendere.

Aeroporto di Milano, amo andarci per la facilità dei treni da Cadorna, ci arrivo con i primi bermuda del 2019, le gambe bianche di chi è cittadino e non si ricorda che oltre i palazzi ci sono mondi di cui è inesperto. Amo andarci ma quando arrivo poi mi pento: abituato ai treni dove sali e ti portano rapidi per le campagne, da città a città, là mi scoraggio subito. Esito di fronte ai varchi di sicurezza, la fila, la gente che si ammassa, l’energia un po’ alta di chi va in vacanza, l’io collettivo è felice, si riempie di parole, di scherzi, indugia in banalità. Cerco di non ascoltare, ma le file serrate costringono intimità non volute, improbabili. Pur sorvolando le ovvietà che mi sfiorano, non ne esco indenne, ma l’essermi concentrato sui volti e sulle storie che rivelano, mi ha aiutato a sentirmi parte della famiglia umana, nonostante tutto. 

In realtà tutto scivola abbastanza liscio, sono dentro al fantastico mondo di boutique che si fingono ricercate e di bar che ricordano costantemente al viandante che “tanto quello sei”, quindi che sei sempre tu, anche se viaggi: identici i vuoti che ti inseguono e quindi vuoi quei cibi, proprio quelli che li riempiono, anzi, ora che sei più “libero” o che speri di esserlo, sdogani desideri, ti autorizzi. E mangi, e bevi.

È a questo punto che noto – ma ogni volta mi accade, anche in treno – quante bottigliette di plastica ci sono in giro. In più vedo che vengono gettate sempre piene d’aria e, come mi ha appena confermato la custode uscendo di casa, alla quale consigliavo di mettere un cartello sul bidone di raccolta ove scrivere “si prega di svuotare le bottiglie prima di gettarle”, l’invito eventuale nasce disatteso, quindi inutile. Non che le persone non vogliano farlo, semplicemente non ci pensano: il livello generale di attenzione è talmente scarso che se ne dimenticano, pur sapendolo. È quel “deficit di presenza” per cui anche al supermercato vedi persone in trance che portano i carrelli senza sapere dove sono, non solo i carrelli ma anche i loro corpi, stile domenica da Ikea. Solo i bambini se ne accorgono e, provando ad imitare i genitori vagano anch’essi, fino all’arrivo del ceffone.

Lo stesso accade anche quando, varcando l’uscio di un bar, tieni la porta aperta per gentilezza a colui o colei che passa ma non ti degna neanche di un sorriso, non dico un “grazie”, basterebbe uno sguardo complice. Ma no, la mente colma di pensieri e ridondanze, trasla il presente altrove, nel virtuale. Non ultimo il famigerato device tascabile, il cellulare, storna l’individuo in luoghi immaginari, sorride, parla con l’amante, discute business e cerca risposte. Soprattutto risposte cerca, indaga nei profili d’altri, cerca di capire, di scorgersi. Ma si elude, sempre. È un’elusione cronica, quella nostra oggi, perché si cerca dove non si trova nulla, il maestro taoista direbbe che “è inutile rifare il tetto della propria casa se dal cielo piovono macigni”. 

Così vago tra le boutique del porto franco, ho sete ma non voglio partecipare al cumulo della plastica, a cosa serve osservare un dramma contemporaneo, esserne coscienti, se poi non ci si comporta di conseguenza? Così mi avvicino al bar, faccio la fila e chiedo timidamente se si può avere un semplice bicchiere d’acqua, lo dico piano, non voglio sembrare come quello che chiede la provenienza della carne al ristorante, o delle uova, cosa che faccio abitualmente, sorridendo e scherzando così da farne un gioco e non un’offesa. Perché non lo faccio per riprendere gli altri, ma per l’ambiente, che non è un concetto astratto, ma è noi, anche quando non ci pensiamo e tuttavia ne facciamo parte.

Ambiente che è mia figlia, il mondo che erediterà da me.

Cosa incredibile il barista, della mia generazione, mi dice ‘certo!’ e capisce al volo tanto che commenta l’uso smisurato delle bottiglie di plastica, anche da parte loro. E mi versa un bel bicchiere d’acqua, purtroppo da un’altra bottiglia di plastica, ma di dimensioni diverse, e come tutti sanno è già qualcosa. Berla nel vetro poi è fantastico.

Allora corro indietro negli anni, scavo nella memoria e mi chiedo: come facevamo noi da bambini?

C’erano le fontanelle, a Roma, un’invenzione civilissima, semplice e benedetta, ci arrivavi con una sete primordiale, con tale foga che inciampavi in prossimità, quasi sempre. Quando tornavi a casa, col bernoccolo da ghisa, non era bello dire che avevi inciampato alla fontanella, quindi dicevi di essere caduto giocano a calcio nel parco, con gli amici – ma la parola parco è del nord, a Roma c’erano le Ville, residuo di sfarzi antichi, non tuoi, diventati poi di tutti.

Come era bella la fontanella, o il bicchiere grande del bar! Preso da una bottiglia di vetro, tenuta nello scomparto di metallo del bancone, freddata dallo scorrere delle acque fredde, vetro che sapevi che qualcuno aveva portato nel bar, a casse, e poi avrebbe ripreso una volta vuoto, il famoso vuoto a rendere, altra pratica civile e altruistica, ora residuo per pochi scrupolosi, praticamente una nicchia di fissati, dinosauri.

E se non c’era un bar né una fontanella? Ti tenevi la sete, semplice! Non c’erano ancora quei medici-nutrizionisti-assolutisti che ti guardavano minacciosi dicendoti, come fanno oggi, che devi bere 3 litri d’acqua al giorno! Dillo a noi bambini di allora, dillo anche a quelli di oggi, che sanno quando hanno sete, che sanno quando hanno fame, lo sentono! Noi non sentiamo più nulla, bisogna mangiare questo e quello, bisogna bere questo e quello, e va fatto a quell’ora, non prima né dopo, sono doveri verso il corpo, il corpo divenuto un oggetto estraneo ma glieli dobbiamo questi atti, non si capisce se li abbia sanciti il Padreterno o se siano scoperta di questa scienza che oggi afferma e domani confuta ciò che ha appena affermato.

L’importante è essere sicuri, quando si afferma. Assoluti. Carboidrati, Proteine, Grassi e tanta acqua, tantissima, devi girare con la tanica!

E la tanica sarebbe più civile ma è scomoda, così tutti girano con le bottigliette di plastica perché il medico lo ha detto, pretendono reni sanissimi ma non sanno come mai poi si ammalano di cistite, o di calcoli, forse hanno scelto l’acqua sbagliata, cavolo che distrazione, mi sono fidato di quella mia amica, mi aveva detto di prendere quel marchio, che ingenuo.

E poco importa che sistemi di medicina più scrupolosi e antichi ci dicevano di bere quando avevi sete, solo quando il corpo lo chiedeva, proprio come fanno i bambini da sempre. Sì i bambini sanno sentire il corpo, gli adulti no, sono razionali, pensano, leggono, studiano, si documentano, si fanno convincere. Perdono spontaneità e alla fine pensano di aver scoperto il segreto della longevità, peccato che dopo dieci venga confutato dal successivo, peccato che tutti queste formule di salute abbiano in comune il non-sentire, il non-essere-più-in-grado-di-sentire-nulla-di-sé-stessi. E abbiano in comune un utilizzo patologico della mente, ossessivo. E poi che bellezza c’è nel diventare anziani dopo un’intera esistenza normativa, da obbedienti? Per avere una vecchiaia obbediente? O per venire obbedientemente dimenticati?

Bevo il mio bicchiere d’acqua e guardo con complicità il barista, che ricambia e lo stesso faccio sull’aereo, quando ordino una bottiglia di prosecco – per dimenticare la mia appartenenza all’umano – bottiglia tassativamente di vetro che mi porgono con altra plastica, il bicchiere, che subito rifiuto e lo stuard mi lusinga, ce ne fossero di persone come lei, quanta plastica vediamo noi ogni giorno.

Mi sento alla fine bene, un po’ brillo e quindi bene, vicino a quelli che si sono resi complici, che so essere di più di quello che sembra, ma la gente è timida, non vuole andare controcorrente se non tatuandosi qualcosa di grottesco sul corpo, quella ribellione sì, la sanno fare, soprattutto i giovani, ma poi seguono i percorsi comuni, studiare, lavorare, produrre, generare profitto. Mettere su famiglia e mettere i propri risparmi in tempo in un fondo pensioni.

Io non so dove sarò tra 20 anni, né dove arriveremo tutti, se saremo sommersi dalla plastica perché l’assenza cronica ci avrà impedito di vedere quello che facciamo o perché troppo pavidi per disobbedire ai dettami sociali, alla loro pressione costante. Non so. Mi piace pensare di essere come quel vuoto a rendere del bar in via Belluno, a Roma, dove sono nato. Lo ricordo quel bar-torrefazione, odorava di caffè in un modo bello anche per noi piccoli, che il caffè non amavamo ma il profumo sì, sapeva di genitori e di cose da grandi, di una vita che attendeva. E tra una fontanella e un bernoccolo di cui vergognarsi un poco, tutto potevamo immaginare tranne trovarci in un mondo invaso dalla plastica, un mondo ancora bello ma gremito di individui assenti, vaghi, devoti di una mente pragmatica e materiale. E dei cellulari che nulla contengono di noi, e dei tatuaggi, che scrivono sulla pelle cose della superficie di noi, mai del dentro.

Siamo vuoti a rendere, nasciamo vuoti e vuoti ce ne andiamo. Se di vetro, qualcuno ci prenderà per darci altra vita. Se di plastica, verremo gettati pieni e tronfi nei ricicli collettivi, materiale inerte pronto ad essere fuso.

Spero che nei paradisi che ci attendono ci sia il bicchiere di vetro ma non la plastica, che ci siano le persone e non i social, il vedersi e non lo scriversi un messaggio. Che ci siano fontanelle, in paradiso, questo mi piacerebbe, senza inciamparci dentro. E ci siano persone deste che guardino la vita intera, quella che in vita hanno temuto. La guardino e la prendano così come viene, senza calcolare sempre tutto. Con poca attenzione ai dettagli futili e un po’ di più agli altri, all’ambiente, a ciò che ci circonda, questo sì – il presente eluso.

Per gentilezza, mi vien da dire. Per amore.

 

 

Cos’è lo Shindo

10 aprile 2018
  1. Cos’è lo shindo?

Lo shindo è una via marziale, ossia un sistema che utilizza una struttura tecnica complessa, avente  finalità di combattimento, e la trasforma in Do – via – ossia  nella possibilità che essa stessa diventi strumento di crescita personale, non solo fisica ma anche psicologica e, per taluni individui predisposti, spirituale.

  1. Perché parli di individui predisposti, lo shindo non è per tutti?

Assolutamente sì, in astratto. Però le persone che si riferiscono ad un’arte marziale in genere hanno in mente alcune scuole e/o stili noti, o alcune finalità specifiche, che nel nostro occidente pragmatico sono molto elementari: difendersi, quando va bene, o talvolta semplicemente sfogarsi. Però una via marziale non nasce per individui compressi che si sfogano, ma per persone che hanno scelto quello strumento per conoscersi. E servono individui che hanno il coraggio di conoscersi, non tutti hanno questa forza interiore.

  1. Mi sembra che “sfogarsi” non sia un termine che ami?

In effetti non lo amo affatto. La nostra vita oscilla tra alti e bassi, esaltazione e depressione, positività e negatività, comprimere per poi sfogarsi. Ci insegnano a lavorare come matti, delle vere bestie da soma – alcuni filosofi contemporanei vedono l’idea che abbiamo del lavoro come il prodotto di un’ipnosi collettiva, il cui risultato è un individuo obbediente, compresso e nevrotico ma obbediente. In questo modello la c.d. “vacanza”, ad esempio, funge da decompressore, fa uscire l’energia in eccesso e pacifica la naturale ribellione di un individuo sano. Ecco, nel praticare una via si esce completamente dall’idea di sfogo perché si lavora a monte in un clima di libertà assoluta.

  1. Ma quindi se si lavora nella libertà, in che modo possiamo definire l’arte marziale una “disciplina”?

La disciplina è la traccia di una strada, simile allo scavare una mulattiera: essa permette all’individuo di raggiungere la vetta della propria montagna. La cima è sempre là, disponibile, ma occorre una strada. E la disciplina la crea.

Abbiamo generalmente un’idea limitata della disciplina, simile ad una costrizione, l’ennesima. In realtà è l’attitudine ad apprendere – ad essere discepoli nel senso più profondo del termine.

Costanza, pazienza, perseveranza ed umiltà sono le chiavi della trasformazione.

  1. Si può considerare la “difesa personale” come un fine dello shindo?

Non esiste la difesa personale: coloro che sanno difendersi, che conoscono la propria aggressività e la accolgono non si interessano al termine in questione: se praticano un’arte marziale o più facilmente uno sport da combattimento lo fanno e basta. Se vivono per strada in ambienti pericolosi, si difendono e basta.  Chi invece vorrebbe imparare a difendersi è l’individuo civilizzato ed esso deve prima di tutto accettare le forti implicazioni che lo “scontro” in generale comporta. Non si impara a difendersi ma ad attaccare e ad essere attaccati, un grande lavoro sulla paura che abbiamo tutti del conflitto, fisico e non,  e del dolore cui è associato.

Nella via marziale si porta questo confronto all’estremo entrando nella dimensione tabù della perdita di sé, o morte. Solo in quella “distanza” dalla nostra vita consueta, fatta di sicurezze e vie di fuga, si può scoprire l’inattesa libertà che ivi si nasconde.

  1. Quindi se non si viene a shindo per imparare a difendersi né per sfogarsi perché bisognerebbe partecipare?

La vita è immensa e sconosciuta, dentro ognuno di noi c’è questo sapore di scoperta e di sfida. Si pratica una via marziale per lo stesso motivo per cui si ascende una montagna: per vedere un orizzonte più vasto. Solo che una montagna resta là, mentre la via ti segue e tu divieni la via. Partecipare a shindo è un modo per me bellissimo di incamminarsi verso la cima.

  1. I corsi che tieni sono aperti quindi a tutti?

In questo momento mi sto dedicando ai preadolescenti e adolescenti, in tre centri diversi di Milano. Con gli adulti ho lavorato per anni, spesso si avvicinano per imparare qualche mossa per difendersi o per sentirsi più forti, rispetto a questo preferisco chi viene per sentirsi allenato. Per evitare queste “riduzioni” dell’arte, preferisco lavorare sui giovani, che sono ancora in fieri: adesso ho in progetto di aprire un corso per giovani donne dai 20 ai 35 anni circa, le quali in un ambiente protetto possono sperimentare quella declinazione dell’energia che chiamiamo estroversa, nella modalità specifica che tradizionalmente è riservata agli uomini. Ma questa modalità non è “degli” uomini, è di tutti.

E non è al servizio della violenza, ma la previene. Perché senza vittima non c’è spazio per il carnefice – parafrasando Sartre.

  1. Come si svolge concretamente una lezione?

Ci sono circa 40 minuti di allenamento intenso, che utilizza vari parametri di forza, principalmente svolto a corpo libero, con pochi attrezzi. Poi c’è lo studio delle tecniche, a solo e in coppia. Tecniche sia in piedi (colpi di braccia e di gambe, parate, proiezioni), che a terra (tecniche di immobilizzazione, leve articolari, ecc..). Gioco molto sul cambio del ritmo, la mente è indotta ad essere vigile, il corpo ad essere uno con essa.

In coppia raramente si deve arrivare allo scontro fisico, il gesto ripetuto è sufficiente per il nostro sistema nervoso: esso apprende velocemente, dipende dal metodo. Tuttavia di tanto in tanto indossare le protezioni aiuta a confrontarsi con la paura del dolore e dello scontro più  intenso, e questo è parte del gioco. Ovviamente è facoltativo e in ogni caso si svolge in modo protetto ma soprattutto all’interno di un ambiente pregno di rispetto e gratitudine, per me fondamentali.

  1. I praticanti lo shindo diventano persone più sicure?

La sicurezza è una chimera, l’essere umano la insegue invano da migliaia di anni. Chi pratica una via “vera” diventa più disponibile all’incertezza, più forte interiormente perché smette di cercare paracaduti, si getta e basta. Intuisce che oltre il gioco di vita e morte esiste quella che chiamiamo Esistenza, una dimora molto più vasta che racchiude ogni coppia di opposti, perché nasce non-duale. Se il praticante riesce a sfiorarla ne rimane folgorato a vita! E la sua anima a quel punto conosce il motivo del suo risalire la vetta. Nulla di più antico e al contempo semplice. In altre parole si può dire che impariamo a “diventare noi stessi”, non solo l’uomo o la donna che sono in noi, ma anche il semi-dio tanto caro ai nostri padri greci. Non esiste altro imperativo esistenziale, secondo la mia esperienza.

Tra Scienza e Spirito

24 febbraio 2018

Oggi leggevo un articolo del Corriere sul cancro e la dieta vegana.

Il giornalista, che sembrava narrare con distacco, rivelava invece una sorta di fastidio, l’intolleranza tipica di chi crede di aver colto in fallo l’altro: raccontava di una donna che aveva sbandierato ai 4 venti la propria guarigione da un cancro al seno grazie ad una dieta vegana, questo nel 2015, ora morta di metastasi al polmone e al fegato. La citava come esempio di fanatismo, pressapochismo, resistenza al fatto oggettivo. Ne parlava con rispetto, per carità, ma il giudizio era palese. Parlava di questa cecità di alcuni ambienti (ma non di tutti?), dando al fenomeno un nome interessante, dissonanza cognitiva: quella resistenza, rinvenuta in chi ha un’idea ben strutturata, ad ascoltare ciò che dissente da quell’idea, e che quindi la mette in crisi. Buffo che la citasse rispetto al comportamento della donna e non si rendesse conto di quanto anche la nostra idea di oggettivo, o la sua sottesa riguardo a ciò che è “scientifico”, risenta di altra e ben più stagna struttura, anch’essa chiusa, spessa e invalicabile.

Più morbido di lui Paolo Veronesi, direttore dello IEO, del quale si citava un commento: in un modo bello, non assolutista, diceva che la dieta può aiutare, ma non può fare tutto, i farmaci non possono essere sostituiti. Ovvio mi viene da dire, se bastasse la dieta non ci sarebbero i “morti salutisti”, ci basterebbe allenarci, mangiare bene, essere sani (e magari anche ricchi) per vivere a lungo. E non ci sarebbe quella strana statistica che vede la longevità come prerogativa di popolazioni semplici, poco complesse. Spesso legate alla terra – forse felici, ci viene da pensare. I Sardi con i loro maiali e le loro pecore, ad esempio, o i Greci che mangiano formaggio di capra e bevono un po’ di vino ogni giorno. Popoli definiti “basici”: buffo che il termine identifichi sia un individuo poco “complesso” che un ambiente fisiologico contrapposto a quello acido, quest’ultimo legato alle patologie tra cui sicuramente anche il cancro. I sardi quindi sono alcalini! E i Greci, dipinti dalla UE come falliti, inetti nel gestire il loro Paese – grande menzogna che ha taciuto i fatti veri – sono forse più felici del manager di successo che può tutto, quasi tutto. Tutto meno quello che si chiama serenità, pace.

Essere basici, restare vicini alla base, alla terra – alla polvere direbbero i nostri Vangeli. Essere umili direbbero le Scritture. Ma a noi sembrano solo racconti lontani, fantasie. Erano simboli, li abbiamo lasciati uscire. Li abbiamo persi. Non parlavano necessariamente di fatti storici, ma di evidenze quotidiane, fondamentali per chi vuole crescere, vedere di più.

La medicina studia con grande e stimabile dedizione la chimica di un farmaco che attacchi proprio le cellule tumorali, e solo quelle. E studia il DNA che porta informazioni da lontano. Lo fa perché si è convinta, nella sua struttura di pensiero, dell’identità assoluta tra il visto e l’esistente: quello che posso vedere, misurare, esiste. Il resto no. Da questo poco si discosta il vegano o il salutista o il fanatico dello yoga quando affermano con certezza che quell’alimento, quella modalità di cottura, quella pratica, quella respirazione faranno la differenza. Ancora ricerca di assoluto, di oggettivo, di inconfutabilità. Ma siamo solo il cibo che mangiamo? Siamo solo il corpo e le sue pratiche? Non siamo anche le emozioni, le frasi dette e non dette, le vicende subite, quelle scatenate, i sogni nel cassetto aperto e quelli rimandati? Non siamo anche i nostri nodi mai sciolti, rimossi all’infinito? Sembriamo piuttosto essere una piccola vela in un mare senza confini, e quel mare è la vita, la nostra, così come la stiamo vivendo. Perché ancora ci accontentiamo di parole troppo ampie come “stress”, che dicono tutto per non dire niente, per lasciarci nella nebbia? Se lo stress può creare un reflusso gastrico, una psoriasi, una costipazione cronica, perché non entriamo dentro la parola e accettiamo che il suo significato è proprio “tutto ciò che ancora non so di me”? Che non sappiamo di noi, ma che comunque ci condiziona, ci ostacola, talvolta ci ammala.

Ci vuole una grande maturità psicologica e spirituale per accettare che non sapremo mai misurare oggettivamente quello che siamo, ma saremo forse – spero – in grado di sentire, di essere talmente vicini a noi stessi (al nostro corpo, alle nostre emozioni, ai nostri pensieri) da non fuggire davanti ad alcune evidenze e alle conseguenze che ne derivano. Conseguenze come una malattia, una depressione o, nei casi più indistinti, un senso vago di infelicità che non chiamiamo malattia ma che sarebbe il primo da curare, da abbracciare. Come singoli e come collettività.

Perché vogliamo controllare tutto? La vita, la sua durata, il raccolto dei campi, gli animali che ci assistono, la nostra sopravvivenza? Perché dopo millenni sul pianeta non sappiamo ancora accogliere ciò che viene e che non è in nostro potere dirigere, pilotare? Sui social ci piace la frase che ci invita ad “accettare quello che non possiamo cambiare”, pur evidenziando la difficoltà nel discernere tra ciò che è in nostro potere e ciò che non lo è. Sui social, a parole, è tutto più facile.

La nostra civiltà chiede sopravvivenza, longevità, bellezza eterna. E vuole rimedi veloci, oggettivi, inattaccabili. L’incertezza ci esaspera: possibile che due medici laureati nello stesso anno e nella stessa università facciano diagnosi tanto diverse tra loro? Se questo è così palese, pacifico direi, perché ancora ci prodighiamo nel condannare uno di inettitudine e nell’elogiare l’altro per la sua conoscenza? Sono gli studi a fare la differenza o le intelligenze? E l’intelligenza è figlia della conoscenza intellettuale, è il risultato della quantità di nozioni che occupano il cervello o una specifica capacità di cogliere un insieme di cose, espresse e non espresse, visibili e meno visibili? Come mai il “medico intelligente” ti consiglia di cambiare stile di vita? Cosa ha visto in quello stile che va ad interagire con la sua diagnosi, con il dato materiale?

Forse allora sarebbe meglio non focalizzarci sulle certezze, su ciò che si presume oggettivo, ma accettare che in un evento patologico ci siano una serie di fattori coincidenti, da quello materiale a quello psicologico, dal comportamentale all’emozionale al genetico. Che poi anche il gene non trasporta forse una predisposizione a “reagire a determinati eventi in un determinato modo”? Per alcuni scienziati pare sia proprio così: la capacità della cellula di reagire all’ambiente che la circonda in modo più o meno appropriato. Non sottintende quindi il gene stesso un pacchetto di “comportamenti possibili”, anche in senso lato? Ci sembrano dati certi ma sono metafore, ci parlano di noi. Tutta la Vita ci parla continuamente di noi, per questo si dice sia la più grande maestra.

E poi ancora pochi si domandano perché un cancro attacca il polmone e non lo stomaco, perché il fegato e non l’intestino. Pochi e senza gridarlo, purtroppo, forse perché esiste la resistenza della nostra civiltà – la nostra dissonanza cognitiva collettiva – ad accettare che un tumore possa avere a che fare con noi, che parli di noi, delle cose non risolte, dei nodi mai sciolti, della nostra stessa resistenza. Sì un tumore parla anche della nostra dissonanza, quella che citava giustamente il giornalista. Resistenza a mille possibili variabili, prima fra tutte quella più vicina, che è poi una porta più o meno visibile, talvolta già aperta proprio davanti a noi. Oltre questa c’è il cambiamento, ossia ci attende una vita un po’ più grande di quella di ieri. Perché in realtà noi ci muoviamo per verità via via più ampie, una parte nuova e sconosciuta di noi è sempre in attesa di essere svelata. Un parte di quel mare-vita che è così complesso, immenso, poco definibile, mai governabile. La vita che non si fa mettere in un libro né in una provetta di laboratorio, la vita che però ci segue, che ci insegna, che ci parla di felicità, che ci sorprende – che  anzi sorprende solo chi lo ha permesso, chi resta aperto. Chi si chiude non verrà sorpreso. E non si chiude solo il vegano tra vegani, anche l’imprenditore tra impreditori, il bancario nella sua banca, l’avvocato nel suo tribunale. Ognuno tende a rigettare una parte della vita, vederla tutta è pericoloso, fa pensare. 

Pochi riflettono sul detto cinese che dice che “il cavallo corre con la biada del giorno prima”, antica saggezza di chi sapeva vedere l’insieme. Se fosse vero, il corpo allora porterebbe frutti di semi già piantati, in un passato poco conosciuto, spesso inconsapevole. E per guarire non basterebbe un evento solo, ma una serie di eventi, che poi non sono che la parte visibile di quel processo che chiamiamo cambiamento. Per guarire basterebbe forse semplicemente cambiare, secondo le medicine più antiche. Ma cosa? Il modo di mangiare? Certo può aiutare, modifica il sostrato fisico. Un farmaco potente? Certo, crea uno shock, uccide cellule nefaste, annienta. Un allenamento? Bello, in un corpo sano la mente è sana. Tutto aiuta ma il cambiamento è qualcosa di più. E’ cedere lo schema, aprirlo, smetterla di essere dissonanti. Quindi ascoltare. Ed ascoltare significa cogliere quello che non siamo.

Allora impareremo forse che non sono le sigarette a creare il cancro ai polmoni ma un atteggiamento netto, ostinato e reiterato di un soggetto che compromette la funzione di un organo, il polmone appunto: una “predisposizione” psicofisica drammatica di cui il fumo non è la causa ma un altro effetto. E, come spesso fanno gli effetti, a sua volta diventa causa. Il fumatore non si ammala perché fuma ma si ammala perché non vuol risolvere ciò che il fumo rivela.

Vogliamo certezze, questo è il problema, mentre l’unica certezza, l’unico dato oggettivo è che non sappiamo ancora cogliere l’insieme, è che gettiamo luce su un fatto oscurandone un altro, che rinunciamo a far sì che il farmaco allopatico aiuti quello naturale, che la mano di un terapeuta aiuti lo scienziato, che il processo psicologico valga quanto quello chimico o chirurgico.

Non ci riusciamo perché non siamo una civiltà guidata dallo spirito, da quella brezza che altre civiltà hanno conosciuto e amato. Siamo una civiltà della sopravvivenza e quindi della paura – di maturare, di invecchiare, di morire. Paura di non essere mai stati.

Quindi valorizziamo tutti i processi quantitativi: numero di esperienze, numero di paesi visitati, numero di banconote in banca, di oggetti posseduti, di amanti avuti, di ricordi, di nozioni. Numeri e non qualità. Eppure ho conosciuto maestri veri, autentici, che avevano la 5a elementare ed erano sempre stati nello stesso, piccolo villaggio. Maestri di felicità, esseri assoluti, completi. Non avevano incertezze da colmare, non avevano certezze se non di essere diventati mare. E quando sei mare accogli tutto, perdoni tutto. Perché ogni cosa è Te.

Essere felici, essere in armonia, nessuno si domanda di questo. La dieta carnea non è il problema del tumore e il veganesimo non ne è la soluzione. Ovvio, un alimento “forte” come la carne, che esprime un’aggressività forte, che implica il sacrificio di un altro essere con occhi e voce mal si addice a popolazioni che l’aggressività negano, che intellettualizzano ogni energia ancestrale e che gli animali quindi schiavizzano. Mangiare carne non fa male all’uomo, ma fa male a noi, noi di adesso, così compressi in spazi angusti, in vite costrette dai desideri di un Io che si inginocchia a nulla, che non ha rispetto per nulla. Ed il consumo della carne, come di tanti altri alimenti, può essere ancor più dannoso per il mondo. Un mondo che disbosca per allevare, per coltivare, per il proprio tornaconto. E’ un fatto di coscienza, non di salute. Se divento vegetariano per la salute sono nella stessa ruota del criceto, nella stessa paura. Se nego la chemioterapia come il medico nega il farmaco omeopatico divento solo un baluardo della contrapposizione, mi chiudo nella torre e resisto. Diverso sarebbe opporsi non a questa o quella cura, qualunque esse siano, ma all’accanimento terapeutico che sembra così bene esprimere il nostro terrore a scomparire, il nostro fraintendimento riguardo a ciò che è vita e ciò che non lo è, la nostra inadeguatezza spirituale, il nostro bisogno di fatti solidi, immutati.

Felicità, qualità di vita, armonia tra gli esseri e il pianeta. Queste le parole chiave. In esse l’Io ha un spazio piccolo, non fa da padrone. Ce l’aveva suggerito anche Francesco, dalla sua minuscola Porziuncola, ma era difficile coglierlo allora, e lo è ancora oggi. L’Io è il problema, non in assoluto ovviamente, ma quando resiste a ciò che lo circonda, quando dissona da ciò che abbiamo chiamato Vita e che i nostri nonni, con più pudore e grazia, chiamavano Dio.

Lo Yoga oltre l’immagine

2 novembre 2017

Il Declino dell’immagine

Quando l’immagine raggiunge il suo apice, quando il desiderio di esibirsi, di mostrare ciò che siamo, ciò che facciamo, creiamo, pensiamo raggiunge livelli hollywoodiani, quando persino le possibilità di farlo concretamente aumentano, e tutto sembra legittimare questo movimento unico, globale verso l’autoritratto, il c.d. selfie – in modo evidentemente diverso da come Van Gogh o altri artisti ritrassero se stessi all’interno di una ricerca sul segno, sulla sua efficacia e i suoi limiti, sul dialogo tecnico tra forma e contenuto, un dialogo molto profondo e per essi irrinunciabile – quando questa esaltazione del proprio mondo costantemente ritratto, ostentatamente divulgato, pubblicato, esibito raggiunge il punto più estremo, allora qualcosa di meraviglioso avviene – un suono di coccio infranto, un suono insperato.

Accade che l’immagine rappresentatrice depone il suo potere e cessa di rappresentare alcunché.

E’ satura, non dice più nulla.

Avendo detto tutto, parlato di tutto e tutto ritratto, l’immagine cede il potere evocativo e diviene un mormorio di fondo, come un ronzio che l’orecchio più non ode, che disturba il tuo cane forse, ma non te, non più. E’ l’immagine vuota, l’immagine priva di senso.

Così declina la forma proprio nell’era del suo apparente apogeo. Per questo non spaventa più neanche noi che eravamo inorriditi all’inizio del processo auto-esibente. Per questo anche i più refrattari oggi possono accettare un account su facebook senza sentirsi minacciati: diventa solo uno strumento per comunicare, un fatto funzionale, un luogo virtuale molto efficace.

Una nuova libertà

Se l’immagine perde il suo potere di svelare contenuti, e si affranca dall’essere simbolo di qualcosa, allora il contenuto cessa di chiedere all’immagine di rappresentarlo. Si crea una nuova libertà, libertà dalla forma e quindi possibilità di venir contenuti senza forma.

Nell’iconografia dello yoga cessa la proliferazione del sorriso, del volto felice ad ogni costo, appagato ad ogni costo. O del corpo perfetto, flessibile, tonico, dalle proporzioni esatte, accattivanti Gli abiti bianchi del maestro spirituale tornano nell’armadio, amuleti e zirconi nei cassetti con gli oggetti degli avi, preziosi perché ricordano percorsi che hanno portato a noi, vicende da cui discendiamo. E forse da quei cassetti profumati di storia esce una lente di ingrandimento, o una vecchia bussola ed è un attimo a capire che è meglio portare con sé queste al posto di quel Ganesh che non dice nulla a noi che in chiesa siamo cresciuti, con Cristo in prima fila e il senso del peccato al fianco. E che proprio in quella chiesa dobbiamo tornare ad aprire porte e significati, in quella chiesa che abbiamo scelto venendo qui, e non altrove.

Così se cessano le forme costrette dello yoga come concetto, come fede che scalza altre fedi, come accoglienza indiscriminata di un fatto culturale, come idea priva di sostanza, resta lo yoga vero. E quando smettiamo di convincere noi stessi di essere tranquilli, soddisfatti, più felici e bendisposti verso il mondo, più amorevoli e compassionevoli verso gli altri, e smettiamo di pretendere di essere rilassati – almeno fino al prossimo evento che ci destabilizza – allora resta qualcosa di incredibile che si chiama noi, noi davvero.

Noi con la faccia più vera.

La verità su di noi

Chi siamo noi allora? Quale identità possiamo attribuire a questo insieme di pensieri, emozioni, costrutti, resistenze, promesse e speranze che chiamiamo “me”? Se l’immagine che ci siamo dati, che abbiamo sperato, che abbiamo permesso ad altri di costruire e in cui ci siamo rinchiusi non ci rappresenta, cosa può davvero esprimere ciò che siamo?

Oltre l’immagine resta un sapore, qualcosa che sembra impreciso al principio ma racchiude un senso, che parla di noi. Non parla necessariamente agli altri, anche se gli altri lo sentono. Parla a noi di noi. E se il contenuto si spoglia del contenitore coscientemente accade un miracolo: anche l’altro-da-sé, l’individuo che partecipa all’incontro, non fruga più nella nostra immagine alla ricerca di significati che non può trovare, ma si affida. Ed affidandosi entra anch’egli in un processo simile al nostro di purificazione dalle pretese dell’io: questo io incerto e insicuro che si nutriva un tempo di rappresentazioni di sé, ma che è stato aiutato, accarezzato, amato e con amore reso tranquillo. Non c’è da aver paura – ripetiamo infinite volte all’io. Resta sereno.

Un sapore dunque, nulla di più. Sembra poco, è vero, ma è sostanza pura, concentrata. Forse anche l’anima in fin dei conti, spogliata della personalità, non è poi così complessa, forse anch’essa, di vita in vita, conserva impressioni, sapori, sintesi concise di appartenenza.

Ecco, lo yoga privo dell’immagine torna a significare un’appartenenza di noi a noi stessi. Nulla da mostrare, nulla da fantasticare. Nulla da pretendere. Con il sorriso siamo noi, senza sorriso siamo noi. Nella rabbia siamo noi, nella pace siamo noi. E se siamo sempre noi, allora la notizia è grande, di portata eccezionale: esiste qualcosa in noi che permette ogni aspetto, ogni modulazione. Qualcosa che è simile alla natura sconfinata: permette, ci lascia essere e amorevolmente attende.

Silence di Scorsese

19 febbraio 2017

Ieri ho visto Silence, di Martin Scorsese. 

Un film lungo, lento e a tratti ostico, un tema non facile perché in apparenza non più attuale: i Gesuiti nel Giappone del 1600, la Novella portata in giro per il mondo. Il film ci ricorda in un sussulto lento ma perentorio, quasi irrompendo nel nostro sguardo tiepido e assuefatto da smartphone,  di un tempo in cui ci furono uomini – mai donne – che vagarono per il globo convinti a tal punto della loro fede da non vedere il resto, le altre fedi, l’altrui bellezza. E quindi cercarono spesso con cieca ingenuità di convincere, di “salvare” anime, di esportare la cristianità, ossia un credo – che in quanto tale è un fatto della mente, oggi lo sappiamo. 

La mente che chiede sicurezza, che ha bisogno di certezze. E in questa urgenza perde il contatto con il presente, la vita, Dio.
Povero Gesù, se avesse solo immaginato che in migliaia avrebbero provato a far diventare la sua esperienza una “fede” e che avrebbero provato ad innestarla in alberi di luoghi lontani - lui che non cercò di convincere neanche Caifa o Pilato, pur trovandosi davanti a loro, perché aveva il senso del presente, di ciò che c’è e di ciò che non c’è, che non può esserci. 
Conosceva il principio di evidenza, Gesù, come è naturale per un essere completo, intero.
 
A distanza di quasi 30 anni dall’Ultima Tentazione di Cristo, Scorsese riaffronta il tema della fede, della fallacia umana, della cecità che spinge a confondere il soggettivo con l’oggettivo, il relativo con l’assoluto. A confondere la propria verità con una verità più ampia che oggi invece rifiutiamo, per quella legge splendida che ad ogni flusso contrappone un reflusso, com’è giusto che sia. 
Eppure Scorsese ci vede lungo, e riesce a far coesistere un parziale risveglio alla realtà del protagonista, con la sua passione viscerale per il suo Gesù, con tutte le note irrazionali, inspiegabili, che questa passione porta con sé. Fino alla morte.
 
Nel film sembra allora mancare solo un indizio, l’approdo alla Pace. Sarebbe forse bastato il volto di un “Buddha di pietra al tramonto” a darci il senso di ciò che trascende sia l’illusione che il risveglio, sia la fede cieca che l’evidenza. Ecco solo questo mi è mancato, quello che Nisargadatta Maharaj avrebbe chiamato l’Assoluto, e che un regista non può di certo narrare – perché sfugge a qualunque descrizione – ma che avrebbe potuto tacere, nascondere e quindi mettere a disposizione. O forse l’ha fatto, in un suo modo.
 
Assoluto, Verità, Dio, tutte parole che restano tali se non se ne fa esperienza. Nell’esperienza invece si disperdono, rapide come rondini: resta solo silenzio, come suggerisce il titolo del film, dove ogni contrapposizione, ogni proselitismo, ogni infatuazione muore per dar spazio alla vita.

Terre di Mezzo

3 settembre 2016

Terre di Mezzo

Giungo nelle Terre di Mezzo come un soldato a cavallo, non percorro autostrade ma mulattiere impervie, i miei pensieri sfiorano torri d’avvistamento e case di pietra, immagino calzari ai piedi, armature ed abiti talari, spade e cristi lignei, eloquenti come i paesaggi. Il caldo è pungente, polveroso si insinua sotto il mantello.

Amata Umbria, tu che hai dato i natali al Francesco che abbiamo segregato tra i santi, amico di tempi che sembrano ormai estinti, amata terra, semplice come semplice era il suo saio, minuscoli i suoi passi, immense le sue orme. Lo immagino scivolare tra gli arbusti aridi e gli alberi modesti, tra i boschi fitti e incolti che coprono queste colline come presagi, lo vedo riposare in una grotta che si fa umida di notte, appena una fessura. Era piccolo Francesco, appena qualche spanna. Lo immagino bere ad una fonte, poi sedersi e guardare. Un cuore puro, mi ripeto, un cuore puro come il suo. Questo il mio mantra, ma è appena una brezza per la mia montagna interiore.

In piscina osservo i giovani, le famiglie, i bambini. Da una certa età in poi tutti hanno un tatuaggio, lo hanno fatto così, per estro, gli affidano indizi di personalità: dobbiamo distinguerci in fondo dal nostro fratello, stipati come siamo in quest’epoca di follia demografica. Del resto in tempi di omologazione ogni segno è lecito, fondamentale, rivela chi siamo – o almeno rivela che anche noi siamo.

Io chiedo, talvolta provocatoriamente, il significato di quella testa di donna o di aquila, di quella stella, di una rosa o di un serpente. Di quelle ali dispiegate o chiuse, in compressa attesa. Molti usano ideogrammi giapponesi, ne chiedo il significato. Chiedo perché mi aspetto storie fantastiche, mi basterebbe un sogno uscito da un cassetto intimo, o una visione dell’infanzia. Eppure tutto è più tiepido, più banale, mi dicono “mi piaceva”, così, come se lo avessero deciso dal parrucchiere, mentre qualcuno parlava di ceretta e un altro del cane della vicina. Lo riesco a tollerare trasportando me e loro in tempi passati, pensando alla folla che coi borghi nascenti si ammassava fuori le mura: mercanti, prostitute, mercenari – anche allora qualcuno probabilmente li osservava come me adesso, temendoli e studiandoli allo stesso tempo. E li temeva non per aver cara la propria vita, ma la coscienza.

Il fatto è che vaghiamo. Vaghiamo e quindi siamo stanchi, perché vagare stanca, essendo fatuo il passo e il gesto privo di movente. E’ un camminare largo, in cerchio. Uno sfiorare perenne l’obiettivo, senza mai coglierlo, mai farlo proprio.

Vagano le famiglie con questi bambini cui tutto è permesso, non hanno motivo per diventare grandi, nessuna conquista li attende, solo responsabilità adulte, sconosciute. Meglio restare piccoli, dunque, tanto si cena coi genitori al ristorante, si fanno le ore piccole di sera, si parla al cellulare, si esprime il proprio pensiero – con minor cartucce in canna forse, ma il lessico dei loro genitori non è poi più vario, anzi, “quattro concetti in croce” – li accuseranno poi, con la spocchia dell’adolescente.

Vagano gli uomini con le loro pance tonde, non so se il loro ultimo pasto li accompagna, quel pasto che colma i vuoti ma non li satura, o se invece nascondono un pallone, quel meraviglioso oggetto che permette loro – ma solo tra maschi! – di tornar bambini ed innocenti, bambini e spietati. Di tornare veri. Amo quelle pance e i palloni là celati. Vorrei dire loro, dai, venite, giochiamo. Non sarebbe un grande fuoco, forse, ma un piccolo falò di certo, qualcosa di sincero, la scusa per sentirsi più vicini, per guardarsi negli occhi.

Vagano le donne che parlano e parlano ancora tra loro, tendo l’orecchio ma il nulla ha un suono unico, colgo frammenti di un discorso che non conduce da nessuna parte. Vorrei parlare loro delle sorti del pianeta, dell’educazione dei figli, dell vita. Vorrei raccontare loro di Gesù, che non è mai stato nella chiesa del paese, mai nell’omelia del parroco, ma fuori le ha cercate, una ad una. Le ha chiamate per nome, Lui come il Buddha i nomi li ha sempre letti sul volto, non gli devi raccontare nulla a gente come Loro. Un Buddha ti vede e sa, un Gesù ti ama prima di vederti. Ecco vorrei dire a chi mi sfiora che c’è questa opportunità per tutti noi. Ma tergiverso: sapere questo le farebbe sentire più accolte o più reiette? Dubito e quindi taccio, la banalità mi satura, alla lunga mi offende.

Accanto a me una coppia di ventenni, lei bella, niente da eccepire, la osservo con quella curiosità che è sete, la si riscopre davanti a ciò che incanta, che ci connette alla bellezza. Eros lo chiamavano i Greci, ma non aveva le accezioni maliziose del linguaggio odierno, indicava solo la capacità di vedere il bello ovunque. Io figlio di quest’epoca il bello lo cerco più miseramente dove è più palese, adesso in lei, ma mi accorgo presto che non emana nulla, non un pensiero, non un desiderio, o un sogno. Osserva il cielo priva di pensieri – e per questo la invidio – poi guarda il cellulare, poi ancora getta gli occhi verso un orizzonte vicino. In realtà l’orizzonte c’è davvero, è Sant’Erasmo, promontorio bellissimo, con la sua chiesa romanica in cima, si erge proprio dietro di lei, basterebbe girarsi e… Lei invece se lo lascia alle spalle, guarda verso la piscina, chissà, i bambini, il ristorante, gli schiamazzi in acqua. Qualunque cosa sia non la emoziona, resta tiepida, distante. Vorrei portarle un libro, una storia, un sogno perduto, ma cosa leggerà? Poi si accende una sigaretta, scopro che ha un ragazzo solo allora, fanno gesti speculari, quasi identici. Ma dai tatuaggi diversi so che sono due, non uno.

Torno ai bambini che corrono impazziti, con i genitori che gli dicono quei “no” che sono sempre “sì”, non semplici sì, ma sì gridati, gettati in faccia: i figli lo sanno, è la prima cosa che imparano, a più riprese. Prima da infanti poi da adolescenti forzeranno con recidiva l’uscio del potere per scoprire puntualmente che non c’è nessuno dentro. Ci sono oggetti, parole, attività – il padre lavora, la madre pure, hanno idee sul mondo, commentano il mondo – ma sono diamanti grezzi, perenni potenziali. Li vedranno appassire mentre loro crescono, poi si vedranno appassire essi stessi. E’ la grande ruota del Samsāra, il Buddha aveva detto il vero, con una lucidità spietata, simile ad una maledizione.

Eppure l’umbro ha la sua luce, mi ripeto, fioca ma esiste. Esso è semplice e quindi potenzialmente puro. Sa credere. Sa seguire orme infuocate. Come quelle di Francesco di Assisi, o di Fra’ Bernardino che di Francesco ha ereditato un luogo santo qui nella bassa Umbria: terra, cespugli e alberi e alcuni ruderi. Con l’aiuto di scouts d’Italia e di Europa ha negli anni ricostruito tutto, dalla chiesa all’orto, alla foresteria.

La sua giornata è semplice, essa stessa è il suo messaggio: ci si sveglia con la chitarra e i canti, si prega insieme, poi si lavora.

A quel punto si ha del tempo per sé, vuoto, bellissimo. Un lusso che costa pochi euro e tanta buona volontà. Tanta fede. Anni fa gli chiesi ingenuamente se potevo portare un gruppo di yoga, infatuato dalla santità del posto. Mi guardò serio, mi disse che non era necessario esportare credi e pratiche, che in quel luogo si pregava e lavorava, lo yoga potevo farlo in Veneto, dove vivevo. Un altro ci sarebbe rimasto male, non io. Lo guardai, mi vergognai della mia ingenuità, capii ciò che diceva. Da allora gli resto debitore, ma senza dirglielo. Lo vado a trovare, di tanto in tanto, come un monaco andrebbe a trovare un santo.

In piazza, al bar, vedo le solite facce di sempre, ma con un anno in più, per tutti. Loro giocano a carte, o gridano ad alta voce scherzi di paese che finiscono un attimo dopo, ma resta l’eco tra le mura antiche. Io mi perdo nel suono delle campane di chiesa come quando sbucciavo le ginocchia, e come allora osservo i paesani con la soggezione di chi è condannato ad esser forestiero, se gli occhi si incrociano sorrido, per essere complice almeno in parte.

La vita lenta qui mi affascina, le giornate si fanno immense come da bambino, ma il sonno mi coglie ogni pomeriggio e nel cadere sul letto mi sento già vecchio, lontanissimo da qualunque futuro immaginato.

Il pregio di questi luoghi è la vita quasi ferma, ma allo stesso tempo essa è una condanna che impedisce il passo a chi non sa farlo dentro. Sotto il sole forte sento solo le cicale, il mio respiro ne viene avvolto, sparisco in quel fragore estivo, paralizzato come il resto.

Più tardi mi trascino in piscina per allenarmi e sentirmi desto, poche ore ma è già miracolo serale. Nelle docce trovo tracce disadorne di adolescenti che non hanno avuto appigli di cultura, un rubinetto miete energia lasciando sgorgare acqua bollente, forse da ore. Lo chiudo, per bilanciare l’incoscienza del fanciullo distratto centellino la mia di acqua, spero che qualcuno faccia lo stesso per pagare il conto delle mie ombre, che mi aspettano altrove, nuvole nel mio cielo.

Poche ore più tardi mi accadrà poi di scoprire un’altra “cura” dell’acqua, un altro valore: sulla spiaggia di Santa Marinella, tra folle dal simpatico accento romano, a me così familiare, stipate in pochi metri di sabbia, incontro lo sguardo scaltro del gestore di uno stabilimento che, non pago del denaro raccolto dalle postazioni tutte strapiene, mi vende una doccia a 50 centesimi al minuto! Accanto a lui un altro gestore, più disponibile e con un evidente senso del pudore, mi regala due gettoni per la sua di doccia, che vende a 20 centesimi l’uno (sempre del tempo di un minuto, evidentemente una tradizione del luogo!) ma evidentemente si rende conto che si tratta di un abuso, forse anche perché è gelata.

Per me abituato a docce quasi-militari due gettoni freddi sono un lusso, ma più di altro il non sentirmi preso in giro, un accenno di ospitalità, questo apprezzo, lascio un grande sorriso.

Il gestore del negozio di alimentari non mi può più vedere, è evidente: ogni volta gli chiedo di quel prodotto bio o di quel detersivo ecologico, che non ha né può ordinare – ma alla fine mi confessa, quasi asfittico, che non lo ordinerebbe comunque, in paese non interessa a nessuno di cose come quelle. Provo a dirgli che Sangemini è un minuscolo ma fondamentale puntino su un pianeta che rischia di estinguersi, se non ci si sveglia in tempo. Proprio in questi giorni di lotta vana, donchisciottesca, rivelano alla radio che il pianeta Terra ha terminato le riserve dell’anno, ed è appena luglio! Tutto l’ossigeno producibile nell’anno è già stato consumato, e così per gli altri beni. Da ora in poi distruggeremo e basta, fino a Natale. Allora non basteranno Babbo e le sue renne.

Vorrei parlare loro dello yoga, cento volte più dolce e graduale di un San Francesco o di un Padre Pio, ma nel suo sorriso c’è un muro senza porte, io grido dal fossato intorno, nessuno può sentirmi tra gli alti merli.

L’altra notte mi sono svegliato con la terra che tremava. Ho pregato per il palazzo, perché gli Angeli lo tenessero nel cielo, scoprendo di aver poco senso di sopravvivenza, ma a mia madre pensavo. Solo al mattino scopro che nel paese non ci sono stati danni, ma altrove tanti, e feriti e morti.

Ogni volta che accadono calamità pesanti come questa mi ritrovo a singhiozzare non per coloro che se ne sono andati – siamo viaggiatori, presto o tardi andiamo per la nostra via – ma per coloro che restano, distrutti e soli. Loro sì, li vorrei abbracciare, perché ognuno di noi si merita una parola di commiato, un saluto, una carezza. Basterebbe un “sei stato importante, grazie, ora devo andare”. Ma la partenza spesso è uno spuntone di roccia, secco e taciturno.

Così mentre si scava tra le macerie di Amatrice qui a due passi tutto torna consueto e lieve, di quella leggerezza di fine agosto che altri non sentiranno, non quest’anno. L’estate va a finire, lei sì che si sa dileguarsi lenta, ma non per questo è meno dolorosa. Ci parla ritirandosi di ciò che è stato, e di ciò che non è riuscito ad essere. Forse domani, ma non oggi, non ancora. Tuttavia è una malinconia diversa, quella di settembre, ha in sé una bellezza. E questa coesistenza tra vita e non-vita, tra distruzione ed eterno scorrere, questo spietato incedere di kronos, il tempo che perennemente avanza, mi fa pensare a Ramtha, mio grande maestro di anni ormai lontani. Fu lui il primo ad osservare questa legge che miete insieme vita e morte, sofferenza e bellezza, tramonti sereni e buio immoto. Possiamo evitarlo? Possiamo forse uscirne?

Egli c’è riuscito, Buddha c’è riuscito, ed io? E noi?

Questa riflessione mi richiama alla pratica, programmo una lezione con alcuni amici, sarà pratica condivisa, e questo è bello. Colle, tramonto, tappetini svolti, per condividere con chi c’è e con chi non c’è, nell’intento che sia preghiera per coloro che restano, per coloro che aiutano chi resta, per coloro che sono volati altrove. Affinché ci possano essere tutti, proprio tutti. E ci sono, ve lo assicuro.

Skyros

21 giugno 2016

20160615_202450

 

Solitudine, terra benedetta.

 

Al mattino mi avvolge cristallino il mare della deserta Skyros, nuda e perfetta come una Musa. Nuoto con braccia lunghe come gomene, il freddo mi chiarisce dentro, sul fondo scorgo una traccia umana, un copertone d’auto – siamo arrivati ovunque. Gettiamo ombre persino nel mare.

A riva tre donne greche gridano come si grida a Roma nei quartieri popolari, parlano di qualcosa che a me sembra nulla, passo veloce oltre, ma non senza il sorriso di chi è ospitato e si sente debitore.

 

Nei vicoli tortuosi colmi di odori di pietanze mi imbatto nella comunità dei gatti, malinconici siedono con occhi vitrei, uno mi fissa con apparente noncuranza, ma mi teme: ha un occhio solo, l’altro perduto – immagino – in un combattimento. Sono malconci tutti, poca pelle addosso. Ma la comunità è silenziosa e florida, mi piace pensare che un giorno l’isola sarà loro.

 20160618_211731

In alto la chiesa bianchissima si rivela senza aprirsi, ha il portone serrato: i preti ortodossi si fanno desiderare, quando non ci sono chiudono come facciamo noi in casa nostra.

Queste chiese diafane sembrano provenire dal cielo, le nostre invece partorite dalla terra restano sempre aperte, ma c’è poco vanto: i fedeli entrano ormai tiepidi come turisti, eppur si muovono oggi, come un tempo, in greggi, ieri per fede oggi per superfluità.

 

L’altro pomeriggio Kostantinos, il padrone di casa, parlava con un uomo, faccia da prete. Scopro poi che è una specie di parroco, mi resta il dubbio se il volto gli sia mutato con la passione religiosa o se sia nato prima, come un marchio di fabbrica cucito addosso fin dall’infanzia, un destino adocchiato dagli amici già tra i banchi della scuola. Scoprirò solo in seguito che ha spiccate abilità canore, di domenica la cerimonia è interminabile, lui canta senza tregua, senza enfasi, le donne entrano ed escono, c’è libertà, nessuno sembra offendersi.

A cerimonia finita le vedo scivolare col capo chino per i vicoli, hanno corpi senza forma, i loro pensieri mi sono ignoti. Con sguardi impassibili, per nulla dissimili dalle nostre isolane, possono passare agevolmente dal sagrato alla piazza, dall’omelia allo spergiuro: anch’esse si muovono nere tra le case bianche, anch’esse non rivelano voluttà, ma fedi cieche, assolute.

 20160617_160945

Vivo la giornata come viene, tuttavia cerco ordini nuovi, come sempre mi pulisce dentro, l’ordine. Di anno in anno si fa più glabro, punto al minimalismo esistenziale. Fare ciò che va fatto mi mette pace, del resto non trovo altro esito se non questo silenzio di piatti lavati sui quali si specchia il cielo. Di panni stesi per il gioco del meltemi. Ogni tanto mi fermo e suono il flauto, che porto sempre con me.

Di sera, dopo le 6, i negozi aprono e faccio il turista, ma ci credo poco. Mi sento goffo nel girare nelle botteghe che hanno ceramiche e tessuti greci, fingo interessi che non ho, guardo per di più le facce, le persone mi interessano di più dei loro manufatti.

 20160617_103454

Tra le case bianche trovo un negozio senza tempo: dentro un uomo anziano mi sorride, parla un poco di italiano, è stato in mare e ha conosciuto porti che non conosco, ha vissuto una vita intera che mi inonda nei silenzi lunghi tra le parole.

Si chiama Yannis.

Dei viaggi gli sono rimasti gli occhi, luminosi e sinceri. Del suo tempo gli resta l’innocenza, sembra appena un bambino. Nel negozio non trovo nulla di ciò che cerco, i prezzi sono quelli del 1930, con tre euro compri tutto. Eppure è felice, semplice e libero più di me. Mi accorgo di avere gli occhi zeppi di lacrime, le trattengo a malapena, mi verrebbe da abbracciarlo ma fuori si aggirano donne di paese e già ci additano dell’eresia più antica, l’amore tra pari, la ϕιλία . Compro del sapone e una bottiglia d’acqua, poggio gli spicci su una scrivania dove annota scrupoloso, a penna, ogni accadimento commerciale. Come una volta, prima dei computer. Esco invidiandolo, per poco non finisco giù dal muretto.

Kostantinos mi ha dato una casa benedetta, minuscola, curata ma priva di oggetti che la rendano più che un dormitorio. Non protesto, compro ciò che manca, del resto non sembra ricco, non lo sono neanche io ma chi si svuota le tasche viaggia poi leggero, vola.

Nei giorni successivi mi rivela, con confidenza crescente, che le case che ha sono come un filo teso tra due montagne, facile precipitare: le tasse, come da noi le tasse sono il capestro per la gente semplice, per le masse. Tasse – masse, rima appena scoperta, sorrido per non piangere.

 20160616_115454

Quando non vago per i vicoli torno nella spiaggia vuota, entro nel mare, prego e chiedo permesso, come mi ha insegnato Pierluigi, santo del mare elbano, ma non ho la sua pazienza né la sua resistenza, nuoto sempre con un sottile filo che mi tiene a riva. Meno di un pensiero. Quanto basta a farmi tornare dopo un esile gruppo di bracciate.

Qui il dio marino è Poseidone (ma loro direbbero Ποσειδών), a lui mi rivolgo sull’uscio, ma non cerco risposta, entro per scomparire.

Quando esco noto con curiosità il buffo aggregarsi umano: tutti insieme in pochi metri di spiaggia (bambini, cani, giochi, seduzioni..) e nessuno per una distesa che appare infinita – e che io ovviamente scelgo.

 

La sera vedo un pezzo di partita dell’Italia. Non riconosco neanche un nome, seguendo ogni 4 o più anni perdo terreno, non so chi siano questi giocatori fisicati e incerti: i loro nomi non sembrano neanche di terra italica, le facce sono nostre ma hanno una cura per l’aspetto che mi ricorda il grande fratello, i loro parrucchieri provengono da galassie ignote. Sono attori a tempo pieno, non serve salire sul palco, è il palco a portarli in giro. Sono attenti all’aspetto e incerti, o forse incerti perché troppo attenti a ciò che si muove attorno. Vorrei vedere la partita di Abatantuono in Mediterraneo, mi guardo intorno imbarazzato per quegli undici che riflettono la goffaggine di una nazione intera – il ragazzo del bar mi guarda come fossi un marziano.

 

In cima al paese c’è una scuola, muri dipinti di immagini gigantesche e infantili, meravigliose come sogni. Oltre la terrazza solo il blu del mare. Chissà se studiano come abbiamo fatto noi Ulisse, Agamennone, Paride e gli altri – sembra ormai un sogno quella storia che si intrecciò alla nostra. Quando però poi scendo mi incupisco, i cassonetti della spazzatura non hanno modulazioni di colore, tutto si mischia a tutto. Anche nel market non ero riuscito a sorvolare sulla totale assenza di prodotti ecologici. Sono ridotti in braghe di tela i nostri fratelli greci, mi dico attenuando i toni, ma sedata la condanna resta il dolore.

Mi domando se riusciremo a salvare noi e la Terra, ma non è una domanda onesta. Infatti già dubito, dubito perché vedo che persino le azioni più banali sono eluse: le bottiglie di plastica sono gettate senza averne tolto l’aria da dentro, tracotanti ingombrano anche da defunte. L’avevo notato anche a Roma, a Venezia, a Milano, ovunque. C’è ancora chi si muove con tale incoscienza che si dimentica persino di sfiatare una bottiglia, mi viene in mente ciò che diceva un tale “guarda l’umanità, mentre tu chiedi passi spirituali c’è ancora chi non sa tirare la catena del gabinetto dopo che c’è passato!”

 20160617_155546

Di sera mi trascino fino alla chiesa, un manovale albanese mi sorride e mi lascia passare oltre il suo lavoro di pittura, parla italiano, anche lui ha girato un pezzetto di mondo e sorride più di me.

Sulla terrazza ecclesiale stendo il mio tappetino come in una cerimonia, il sole sta morendo dietro le colline spoglie. La pratica mi farà tornare fiducioso e benevolo.

Sarà una pratica-morfina quella di stasera.

Del resto ci ricorro sempre più spesso, sono yoga-dipendente, l’ultima volta mi ero fatto una “dose” dopo aver letto la frase di qualche collega che, con l’enfasi di un estremista, inneggiava ad aprire il cakra del cuore. Mi sento tra l’incudine e il martello, o dovrei dire tra la bottiglia di plastica e il guru americano – tra chi non vede e chi fa finta di vedere.

A me il cuore lo apre il volto del vecchio Yannis, o i gatti del vicolo, ma non ci sono posture per questa appartenenza.

 

Poi inizio a muovere il corpo e tutto si fa più lieve.

 

 

 

 

I Maestri che non ci sono

5 novembre 2015


asceta

Ultimamente osservando il mondo dello yoga si resta perplessi.

Scuole, decine e decine di scuole, in tutta Italia e poi fuori, migliaia nel mondo, che sfornano insegnanti. Ogni anno un numero incredibile di insegnanti si offre al mercato di chi richiede yoga, un mercato in crescita sia per moda che per autentico bisogno: il bisogno impellente di fermare la “ruota del samsāra”, che altro non è che la ruota del criceto, a noi tanto cara.

Se guardiamo indietro nel tempo, i veri maestri potevano vantare tra le loro virtù quella di aver innestato la pratica in centinaia, migliaia di piccoli alberi alla ricerca di luce. Si creavano praticanti, non insegnanti. Questa era la via principale che, con grande generosità, i maestri del passato perseguivano. Sapevano capire che tutti erano pronti per una verità più grande, ma non tutti erano in grado di portarla al prossimo. Nella stessa India, accanto a un grande maestro, attorniato da devoti sinceri e meravigliosi, fiorivano al massimo uno o due maestri, anche se in migliaia avevano beneficiato delle sue parole e dei suoi silenzi.

Oggi è tutto diverso, chi vuole creare una scuola non offre semplicemente la pratica – quello strumento incredibile che è la pratica – ma sforna insegnanti. Peccato. Si è persa la vera natura della pratica che ha un senso in se stessa, che non chiede cambi vistosi di vita e che si offre solo di valorizzare ciò che già si è. Non a caso, le persone che si iscrivono ad un corso resistono, spesso, solo il tempo necessario. È il tempo, infatti, a selezionare gli insegnanti. La dedizione, l’applicazione, la propensione agli studi, lo spirito di sacrificio forgiano i veri insegnanti.

E poi non c’è più una selezione da parte della scuola, a parte quella basata sulla mera disponibilità economica del costo del corso. Nessuna selezione iniziale, nessuna selezione alla fine di un primo o secondo anno potenzialmente amatoriali, ottimi per chiunque: non la richiede il formatore, sarebbe una zappa sui piedi, non la accetterebbe il discepolo, in quanto raramente si instaura “quel tipo” di fiducia.

Parliamo di questa fiducia.

Anni addietro, non tantissimi ma ormai scavallano il secolo, si andava da un maestro per ricercare. Il maestro poteva accettarti o non farlo, il suo giudizio era insindacabile e bastava, la fiducia era tale che nessuno avrebbe pensato che il maestro si fosse sbagliato, piuttosto avrebbe messo in discussione la propria preparazione, il proprio atteggiamento, le parole dette o non dette, ecc..

Oggi la relazione maestro-discepolo è diversa, da pari a pari, una relazione tra consumatori di un settore comune, pur con ruoli diversi. Mancanza di un rapporto di fiducia verso il maestro – che forse non è un vero maestro – ma anche verso la vita, che vera è sempre ma magari si può sbagliare anche la vita, se ci ferma, se ci dice vai piano, se cambia i nostri percorsi.

Sentiamo dire: il caposcuola è una bravissima persona, ha un dolce sguardo, è molto preparato, è carismatico, la sua conoscenza tecnica mi può dare molto. Così la spiritualità a poco a poco svilisce, nasce il consumismo spirituale e con esso una generazione di maestri-insegnanti, ottimi insegnanti per carità, tecnici dello yoga, divulgatori eccellenti, ma incapaci di testimoniare con la loro vita quello che un maestro dovrebbe. Uno spiraglio sul mistero della vita. Un semplice spiraglio, questo offre un maestro. E se il maestro perde la propria visione, la perde anche il discepolo. Fraintende. Entra in crisi ma non sa orientarsi.

E’ naturale che le nostre vite, il nostro lavoro, i nostri studi, le nostre passioni talvolta entrino in crisi, proprio come entra in crisi un rapporto di coppia, un luogo in cui si vive, uno stile di vita. E’ naturale, ci si rinnova continuamente. Ma il rinnovamento chiede una forma diversa? Non domanda piuttosto sostanza, mutamento interiore, spostamento di visuale? Ed è necessario cambiare lavoro? Perché abbiamo questa ansia di diventare tutti insegnanti di yoga, tutti terapeuti, tutti operatori del benessere? E sopratutto, il benessere è arrivato nella nostra vita o cambiamo vita per convincerlo ad entrare?

L’isola della nostra vita va a fuoco. Le fiamme sono ovunque. Passa una nave, si chiama Yoga. Ci salgo, sono salvo, ma per questo divento marinaio? Sono solo uno che prende un passaggio. Magari mi innamoro del mare, mi porta in giro per porti per un po’. Divento marinaio. Ma voglio davvero diventare il comandante della nave? E’ così che funziona? Non accade piuttosto che un bambino o un giovane o anche un adulto un giorno vada al porto, veda delle splendide navi. Si innamora. Non sa più pensare ad altro che all’odore del porto e al colore del mare. Non ha una vita di insoddisfazioni da lasciare. Non ha un’isola in fiamme da evacuare. No, si innamora e basta.

Oggi il manager entra in crisi e decide di piantare cavoli, l’informatico vuole aprire il B&B sulle colline toscane e l’avvocato diventa insegnante di yoga. Dall’altra parte non c’è nessuno che ci aiuta a capire, che ci dice: guarda attentamente, va bene, sei insoddisfatto, cambia la tua vita, ma non occorre che cambi tutto. Cambia dentro, resta dove sei ma cambia dentro. Questo direbbe un maestro. Ma bisogna cercarlo un maestro così, bisogna volerlo. E poi accettarne le conseguenze. Le sue frasi scomode, pungenti. E in questo caso c’entra poco sei hai la retta per il triennio.

Non basta organizzare il tempo e il denaro per il corso di formazione.

Sono in gioco altre cose.

Oggi ci sono bravi insegnanti che invece di insegnare decidono di formare altri insegnanti. Li chiamiamo “maestri”, spesso diventano famosi, hanno tanti seguaci, un bel sito internet, una buona comunicazione, un centro grande e architettonicamente accattivante, sono presenti su facebook, menzionati dai media, e questi maestri ti dicono “diventa insegnante, cambia la tua vita”. Non ti dicono, come avrebbero detto Yogananda, Ramana, Aurobindo, Sai Baba – pur con linguaggi diversi – fermati, comprendi cosa non va, aiutati con la pratica. Ergo, pratica di più. No, ci vuole un coraggio immenso per dire questo, vuol dire deludere un’aspettativa, vuol dire poter essere non compresi. E così nessuno oggi ha il coraggio di dirci: non sei pronto, sei pronto per praticare, per carità, sia benedetta la tua pratica – ma non per insegnare.

Una scuola così sarebbe oggi impopolare, e poco redditizia. E ci vorrebbe coraggio per creare una scuola così, il coraggio di dire quello che si vede, il coraggio di essere veramente un maestro (che per definizione vede più in là) o di non esserlo affatto, e quindi astenersi dal formare, dal produrre persone confuse e dall’illudere.

Questo lo stato delle cose.

Addolcendo il discorso e salvando la praticità occidentale, basterebbero il buon senso e l’onestà: si potrebbero creare scuole di tre anni, di cui il primo per tutti, amatoriale, per aiutare chiunque ad approfondire la propria pratica personale. Un anno aperto a tutti. Tutti si meritano di migliorare la propria pratica. E due anni solo per chi fosse, per capacità, per predisposizione, per motivazioni e per tanto altro ancora, pronto per diventare insegnante.

E a queste scuole potremmo chiedere di avere – sì, siamo noi a doverlo chiedere! – un caposcuola che abbia qualcosa in più di una buona preparazione tecnica. Qualcosa in più di un bel percorso di anni nello yoga. Qualcosa che è difficile valutare da fuori, ma che le scelte stesse della scuola, serie, oneste, profonde, potrebbero rivelare appieno.

E la sua presenza anche. La sua semplice presenza dovrebbe bastare, come è sempre stato. Non serve una buona o anche ottima idea per diventare maestri. Né una strategia commerciale, la capacità di vendersi, di comunicare l’idea vincente. Questi sono i creativi dello yoga, e ognuno a suo modo lo è. Offrono modulazioni ad un unico strumento. Ognuno di noi che insegna offre la propria modulazione.

Ma questo basta per mettere su una scuola? E non sarebbe più serio dirsi e poi dire quelle tre benedette parole prima di invitare le persone a salpare?

Scopri chi sei – invece di “ti dico chi sei”. Basterebbe questo.

Un atto di coraggio, onestà e verità profonde.

Il cambiamento non è fuori, ce lo diciamo da secoli ma è verità ancora distante.

Un giorno saremo tutti insegnanti di yoga e avremo tutti un bel B&B in collina, ma non per questo più veri, né più liberi o felici. E soprattutto, ci si sarà svelato lo yoga? Se aprire quella porta chiede di andare dentro, chi avrà avuto il coraggio di farlo? O avremo solo fatto un cambio di forma, di mestiere? E non potevamo praticare di più restando avvocati, magistrati, commercialisti? Non abbiamo, noi come mondo, bisogno urgente di uomini e donne in tutti i settori che sappiano essere meno violenti, meno arrivisti, meno competitivi – meno identificati – piuttosto che avere uno stuolo di insegnanti di yoga, famelici, sorridenti, iper-flessibili, in cerca di cavie da testare? E se tutti diventiamo insegnanti chi saranno i nostri discepoli, i marziani? Gli abitanti di galassie lontane?

Chi insegna può portare i propri studenti solo dove è arrivato, non oltre. Aiutiamo allora noi stessi a capire chi siamo, e gli altri a noi vicini si chiederanno chi sono. Non “cosa” devono fare o diventare. Solo chi sono.

Allora si rende evidente la differenza tra il chiedere a se stessi una faccia più bella – più rilassata, più distesa, più amorevole – oppure un volto più vero.