Joker

17 novembre 2019

Joker

Joker è fragile, lo è fin dal primo momento, dalla prima scena. Che venga maltrattato, abusato, lasciato ai margini di una società che gli riserva appena una fessura d’esistenza, sottile, priva di aria, che provi disperatamente ad essere visto e amato o che arrivi ad uccidere, Joker resta fragile, fin dentro il midollo. Fragile e confuso. Come confusi tutti i personaggi, dal sindaco al presentatore televisivo, entrambi edulcorati da sé stessi, onnipervadenti. Confusi i tre ragazzi della metropolitana, con le loro vite inquadrate che chiedono spiragli di disobbedienza, che la chiedono attraverso l’alcol o la musica per aver perduto la facoltà critica di partecipare, non solo alla vita altrui ma alla propria stessa vita, volti che conosciamo, che osserviamo tutti i giorni, cuori stretti in sé stessi che incontriamo ad ogni angolo di strada e ci fanno arrabbiare, quando come Joker vorremo solo un po’ di umanità, e ci disperano quando ci sentiamo di somigliare loro.

Confusa la madre, e fragile, senza scampo.

C’è solo un momento di chiarezza nel film, quando Joker incontra Sophie e da laggiù, da quel luogo lontanissimo in cui si trova, intravede del calore e lo raccoglie, ed è una cosa enorme per lui, lo spettatore si sente in paradiso. E c’è solo un momento di forza nel film, in cui lo stomaco si dilata finalmente, anzi due: quando Joaquin, meraviglioso, si occupa della madre e sceglie per un breve istante di essere adulto e la nutre e la rassicura, facendo appello a quella saggezza che anche nel venire continuamente scalzato a margine perdura, incrollabile. E poi quando uccide, liberando sé stesso da una vita dove “non ha mai conosciuto un solo momento di felicità”. E uccide perché fa tardivamente quello che doveva essere fatto prima, e non trova altra via, altro equilibrio: non ha un lavoro che lo aspetta, nessun posto tra i suoi simili, persino tra i bambini trasuda tristezza e ti assale quel pudore che solo lo sguardo di un bambino provoca, perché ti vede intero e sa. Per questo Joker va dai bambini, per sapersi. Per la stessa ragione apre una lettera che non doveva essere letta, la miccia della sua esplosione.

Allora prende l’unica sua certezza, la madre, e la spinge a quel commiato che doveva essere già avvenuto, tanto tempo prima. E lo spettatore sa che la mestizia che l’assale non viene dalla follia di Joker, ma dalle relazioni asfittiche, carenti che osserva tra i protagonisti, dove nessuno entra veramente in relazione con nessuno. Così Joker prende un suo treno interiore dal quale non può salutare la madre affacciato ad un finestrino, sorridente. No, le toglie in un pugno di secondi tutta l’aria che si era fatto togliere da lei per una vita intera.

In quel momento, di fronte alla disgrazia in cui si incontrano più vite, tutte sbilenche, nessuna benedetta, non puoi davvero non sentire la miseria del genitore unirsi a quella del figlio, quella delle vittime che si incontrano tra loro, dove nessuno è colpevole se non quell’ingranaggio umano, solo umano, che ci trascina verso un’assenza cronica, una lontananza senza ritorno.

Non riesci a giudicare nessuno, in Joker, provi rabbia, poi respiri, ma non giudichi. Non l’atto del figlio, non l’omissione della madre, non l’arroganza di De Niro né l’ottusa stupidità del mondo benestante. Di scena in scena tu soffri ma sorridi, perché Joker precipitando non libera solo sé stesso, libera la madre da un dramma che solo una civiltà alla deriva può chiamare vita. E libera i giovani dalla morsa di una vita corsa su binari d’altri, libera le folle dalla loro passività durata millenni, libera tutti scivolando lontano, più lontano di sempre, irraggiungibile.

 

Per questo provi una sorta di leggerezza solo di fronte alla morte, nel veder morire quelle che sembrano vittime di Joker, ma non sono sue, sono vittime di un’identica follia, di una cultura che rifiuta la malattia di Arthur, della madre, la “malattia” di tutti gli altri personaggi, tutti afflitti della stessa cecità e dalla sofferenza che ne viene condensata, senza scampo. Di fronte a questo esito fatale lo spettatore prova la sospensione tragica del baratro. Spera che possa porre fine alla follia endemica che genera un solo grande desiderio, quello di essere ascoltati, cosa che non avviene mai, nel film, da parte di nessuno. Neanche Joker ascolta sé stesso se non nel suo “risveglio”, ma è tardi: improvvisamente si illumina della sua stessa ingenuità, quando la vede. E vedendola non se la perdona, non riesce.

 

In una cultura che rifiuta la purezza, che la nega, Phillips la nobilita e le offre dignità, anzi le dà in sposa la morte che, con la sua violenza, rappresenta l’unico evento del film che rimette a posto gli squilibri di anime frammentate, prive di orizzonti. Di tutti allora non vediamo – e ci resta dentro – che la miseria, perfettamente speculare e identica in peso e consistenza a quella di chi cerca solo un abbraccio, il fragile Joker, e lo cerca male, invano come i giovani della metropolitana, come il sindaco e il presentatore inebriati di sé, come la madre nel suo sogno – tutti lo cercano insieme e separatamente, disperatamente dove non c’è, non ci potrà mai essere.

Grazie Joaquin, grazie Phillips per averci mostrato questa deriva umana, per svegliarci a dove non vorremmo mai arrivare.