Lo Yoga oltre l’immagine

2 novembre 2017

Il Declino dell’immagine

Quando l’immagine raggiunge il suo apice, quando il desiderio di esibirsi, di mostrare ciò che siamo, ciò che facciamo, creiamo, pensiamo raggiunge livelli hollywoodiani, quando persino le possibilità di farlo concretamente aumentano, e tutto sembra legittimare questo movimento unico, globale verso l’autoritratto, il c.d. selfie – in modo evidentemente diverso da come Van Gogh o altri artisti ritrassero se stessi all’interno di una ricerca sul segno, sulla sua efficacia e i suoi limiti, sul dialogo tecnico tra forma e contenuto, un dialogo molto profondo e per essi irrinunciabile – quando questa esaltazione del proprio mondo costantemente ritratto, ostentatamente divulgato, pubblicato, esibito raggiunge il punto più estremo, allora qualcosa di meraviglioso avviene – un suono di coccio infranto, un suono insperato.

Accade che l’immagine rappresentatrice depone il suo potere e cessa di rappresentare alcunché.

E’ satura, non dice più nulla.

Avendo detto tutto, parlato di tutto e tutto ritratto, l’immagine cede il potere evocativo e diviene un mormorio di fondo, come un ronzio che l’orecchio più non ode, che disturba il tuo cane forse, ma non te, non più. E’ l’immagine vuota, l’immagine priva di senso.

Così declina la forma proprio nell’era del suo apparente apogeo. Per questo non spaventa più neanche noi che eravamo inorriditi all’inizio del processo auto-esibente. Per questo anche i più refrattari oggi possono accettare un account su facebook senza sentirsi minacciati: diventa solo uno strumento per comunicare, un fatto funzionale, un luogo virtuale molto efficace.

Una nuova libertà

Se l’immagine perde il suo potere di svelare contenuti, e si affranca dall’essere simbolo di qualcosa, allora il contenuto cessa di chiedere all’immagine di rappresentarlo. Si crea una nuova libertà, libertà dalla forma e quindi possibilità di venir contenuti senza forma.

Nell’iconografia dello yoga cessa la proliferazione del sorriso, del volto felice ad ogni costo, appagato ad ogni costo. O del corpo perfetto, flessibile, tonico, dalle proporzioni esatte, accattivanti Gli abiti bianchi del maestro spirituale tornano nell’armadio, amuleti e zirconi nei cassetti con gli oggetti degli avi, preziosi perché ricordano percorsi che hanno portato a noi, vicende da cui discendiamo. E forse da quei cassetti profumati di storia esce una lente di ingrandimento, o una vecchia bussola ed è un attimo a capire che è meglio portare con sé queste al posto di quel Ganesh che non dice nulla a noi che in chiesa siamo cresciuti, con Cristo in prima fila e il senso del peccato al fianco. E che proprio in quella chiesa dobbiamo tornare ad aprire porte e significati, in quella chiesa che abbiamo scelto venendo qui, e non altrove.

Così se cessano le forme costrette dello yoga come concetto, come fede che scalza altre fedi, come accoglienza indiscriminata di un fatto culturale, come idea priva di sostanza, resta lo yoga vero. E quando smettiamo di convincere noi stessi di essere tranquilli, soddisfatti, più felici e bendisposti verso il mondo, più amorevoli e compassionevoli verso gli altri, e smettiamo di pretendere di essere rilassati – almeno fino al prossimo evento che ci destabilizza – allora resta qualcosa di incredibile che si chiama noi, noi davvero.

Noi con la faccia più vera.

La verità su di noi

Chi siamo noi allora? Quale identità possiamo attribuire a questo insieme di pensieri, emozioni, costrutti, resistenze, promesse e speranze che chiamiamo “me”? Se l’immagine che ci siamo dati, che abbiamo sperato, che abbiamo permesso ad altri di costruire e in cui ci siamo rinchiusi non ci rappresenta, cosa può davvero esprimere ciò che siamo?

Oltre l’immagine resta un sapore, qualcosa che sembra impreciso al principio ma racchiude un senso, che parla di noi. Non parla necessariamente agli altri, anche se gli altri lo sentono. Parla a noi di noi. E se il contenuto si spoglia del contenitore coscientemente accade un miracolo: anche l’altro-da-sé, l’individuo che partecipa all’incontro, non fruga più nella nostra immagine alla ricerca di significati che non può trovare, ma si affida. Ed affidandosi entra anch’egli in un processo simile al nostro di purificazione dalle pretese dell’io: questo io incerto e insicuro che si nutriva un tempo di rappresentazioni di sé, ma che è stato aiutato, accarezzato, amato e con amore reso tranquillo. Non c’è da aver paura – ripetiamo infinite volte all’io. Resta sereno.

Un sapore dunque, nulla di più. Sembra poco, è vero, ma è sostanza pura, concentrata. Forse anche l’anima in fin dei conti, spogliata della personalità, non è poi così complessa, forse anch’essa, di vita in vita, conserva impressioni, sapori, sintesi concise di appartenenza.

Ecco, lo yoga privo dell’immagine torna a significare un’appartenenza di noi a noi stessi. Nulla da mostrare, nulla da fantasticare. Nulla da pretendere. Con il sorriso siamo noi, senza sorriso siamo noi. Nella rabbia siamo noi, nella pace siamo noi. E se siamo sempre noi, allora la notizia è grande, di portata eccezionale: esiste qualcosa in noi che permette ogni aspetto, ogni modulazione. Qualcosa che è simile alla natura sconfinata: permette, ci lascia essere e amorevolmente attende.