Mai più caro Baricco

Ti ho letto, Baricco.

Ti ho letto tutto di un fiato, anche se ti sei voluto disperso in frammenti il tuo pensiero non mi è giunto a sorsi, è stata una cascata, mi ha sommerso.

Ti ho letto con quel piacere sottile di non essere più solo, dato dall’ascoltare non il solito ragionamento sobrio, controllato, prudente: erano dilanianti le tue parole e tuttavia libere, prive di quell’offesa che accompagna ogni ribellione, di quell’asprezza prive, non so come hai fatto ma è accaduto.

 

Ti ho letto assetato, io che sono nulla e che tuttavia concordo pienamente dalla mia scarna conoscenza che poco sa, che non trattiene dogmi ma trascina i suoi fardelli come le altre, intorno a me, intrise tutte di una stessa urgenza nata di fronte all’arroganza che non è umana, che non è animale ma è della mente che ha deciso, che possiede, che misura in numeri ciò che ad essi non si assoggetta – la felicità.

 

Quindi questo pensiero del ‘900 ci sta lasciando, tu dici, questa la tua premonizione, la tua promessa.

Mi sembra un sogno. Neanche nelle mie preghiere più ardite ho desiderato tanto, così in là, così oltre. Ma l’oltre esiste sempre, questo ci hai ricordato nei tuoi articoli, nel tuo libro, e questo valico non ha bisogno di ciò che sappiamo ma di ciò che si rivela quando smettiamo di sapere.

 

Grazie Alessandro, qualcuno doveva evidentemente pensarlo e forse siamo stati in molti, e qualcuno doveva scriverlo e lo hai fatto tu per noi, un gesto di coraggio, un fatto tangibile anche se digitale – da qualche parte mi piace immaginare quella carta che hai vergato e che conservi in qualche cassetto tuo, ora nostro, di tutti.

 

Non so quale mistero ci attende, ma so che esiste, il mistero esiste sempre e la sua ancella, la moderna mistica, lo segue passo passo e si gira verso noi, nel mondo, che presentiamo un orizzonte più vasto di quello che ci siamo dati, di quello concesso. Si gira e ci guarda in viso la mistica ancella, cerca i nostri occhi quando non sono distratti, catturati dalle mille immagini virtuali che rendono il presente migliore, ma in fondo lo riempiono e basta, questo nostro tempo, lo saturano di forme senza contenuto.

 

Come affamati abbiamo percorso strade, spesso impervie, elemosinando sguardi, denaro e piaceri che non avrebbero mai potuto sfamare nulla, che non possono raggiungere il nucleo di noi, forse la periferia la sfiorano, ma anche questa solo a tratti.

Soli ci siamo lasciati disperdere, tutt’al più uniti da ideali che non ci hanno mai offerto nulla, solo un po’ di calore, un po’ meno soli ci siamo sentiti sotto quel vessillo, ma era di stoffa e legno ed è caduto, puntualmente.

Ci dici che quella nuova forma di pensiero è qui, tra noi, ed è vero. Ti dico la mia, Baricco, una voce tra tante.

 

Esistono due menti, lo sa l’uomo da sempre, l’uomo che non si adatta, colui che migra e cerca, e in ognuno di noi c’è questa ricerca, esiste anche nell’uomo della scienza che poi crocifigge un’intuizione avuta e la protegge, ma solo poi, perché è stanco ed ha paura di camminare ancora.

Esistono due menti ed una delle due è quella che tu chiami “animale”, che usa il corpo e sa agire nel mondo includendo mondo. Che ha ben visto che ogni analisi separa, che la razionalità frammenta, e tuttavia l’irrazionalità non è risposta, è fuga.

 

Sentire è il punto, il crocicchio. Ma sentire a partire da cosa? Il tema scivola nel soggettivo e la nostra civiltà brama invece il dato certo, oggettivo, inconfutabile. Forse dovremmo solo accettare ciò che da sempre è sotto i nostri occhi, ossia che la vita si dona in proporzione della capacità di coglierla che noi esercitiamo, cui ci doniamo. Sì, perché ci doniamo alla vita ed essa in egual misura si rivela a noi e questo è stato forse il segreto dei mistici e dei santi – negando l’io che vuole certezze si sono fatti involucro dell’incertezza.

In essa il Mistero respira.

Lei, l’incertezza-mistero, affiora in colui che non calcola, che non sa, che non possiede.

Servono quindi, caro Alessandro, strumenti per oltrepassare la ragione, non sotto una nuova ideologia e senza essere trascinati verso nuove forme di potere. Sono strumenti che esistono già, ma in realtà li affiniamo, li perdiamo, li ritroviamo. Li abbiamo chiamati spirituali, perché sono come una brezza per chi li pratica – ed è bello che siano prassi – vanno sperimentati ogni giorno, vissuti ogni giorno.

Devono diventare carne, direbbero i nostri vangeli. Carne, non dogmi, privi di gerarchie, senza chiese. Carne e Spirito, la nostra carne viva e il nostro Spirito incessantemente nomade, ebbro di orizzonti.

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